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TRA MITO E LEGGENDA. DODICI e non più DODICI

di Uccio Piro

Susu a tridici culonne

te curaddu marmuriatu

susu a tridici culonne

stae Gaddipuli chiantatu.

 

Dovevano essere dodici le colonne del regno delle Sirene che che sorreggevano Gallipoli. Per musicalità del verso, le portai a tredici.

Erano i versi incipit de “La fija de la mamma Sarena” che cominciai a scrivere nel maggio 1977. Non potevo immaginare allora che quel numero 12 inconsapevolmente eluso doveva ritornare così prepotentemente a distanza di anni. Quando il direttore di questa rivista, senza tanti preamboli, mi ha chiesto se il numero 12 avesse un nesso con la città di Gallipoli, visto che il compianto Don Pippi Leopizzi, quando dette il benvenuto a Monsignor Filograna che si insediava quale Presule della nostra diocesi, citava il 12 come simbolismo connesso alla città e lo rapportava alla sacralità dell’evento: 12 le arcate del ponte di accesso alla città, 12 le chiese delle nostre confraternite, 12 le colonne della Cattedrale ospitante.

Occorreva pensare, cercare e scrivere, ma la ricerca da fare tra i resti della mia biblioteca devastata dalle tèrmiti, mi preoccupava assai: dovevo andare a memoria, senza possibilità di verifica.

I numeri hanno, senza dubbio, un significato esoterico e un valore metafisico perché esprimono, Pitagora insegna, l’essenza di tutte le cose.

Il 12 è, concettualmente, un numero astratto, ma si collega con l’immagine dell’oggetto. Concetti filosofici legano logica e aritmetica, unità originaria e totalità.

Don Pippi oltre che scrittore, poeta, esegeta, era un filosofo ed è su queste basi che probabilmente doveva trovarsi il nesso del numero con la città.

Il 12, non a caso, figura nella Bibbia: 12 tribù, 12 le porte della città santa; nel Vangelo: 12 Apostoli; nella mitologia greca: 12 Dei principali dell’Olimpo, 12 le fatiche di Ercole; nella storia medioevale: 12 i cavalieri della tavola rotonda, 12 i Paladini di Carlo magno; nell’astrologia: 12 i segni zodiacali.

E Gallipoli? Guardo con una certa diffidenza una vecchia stampa della città appesa al muro e … conto: sì, dalla torre di San Luca al bastione della Bombarda, sono 12 i fortilizi a difesa della città. Riguardo ancora con qualche speranza l’antica stampa, niente. Vedo solo un agglomerato urbano e poi, intorno, mare e scogli e mi viene voglia di contarli… Qualcuno non ha avanzato l’idea che all’origine il posto era un sito lagunare? Sarebbe stata bella una piccola Venezia. E se quegli scogli, quelli atolli, quelle terre emerse dal mare fossero davvero 12 come il Dodecaneso dell’Egeo? Il 12 che ricorre casualmente o c’è di più?

Questa volta, forzando la situazione e con molta fantasia provo a contarli: 1, Isola di S. Andrea; 2, isolotto del Campo; 3, Scoglio dei Piccioni; 4, Secca del Rafo (una volta non era una terra emersa?); 5, il sito del Castello, che si collegava alla città con un ponte levatoio; 6, lo scoglio dove poggia il Rivellino con le sue saettiere rivolte verso il ponte, allora in legno; 7, lo scoglio dove sorge la città antica (che all’origine poteva anche comprendere più isolotti); 8, lo scoglio delle “Uccolette”, attuale sede di un antico ristorante; 9, il territorio del Canneto, una lingua di terra che si stendeva a sud verso “Porta Mare” prima ancora della “Porta Terra”, (Crispo), ad est aveva un risicato istmo tra la Giudecca e l’attuale porto, per cui il mare di tramontana faceva presto a ricongiungersi a quello di scirocco; 10, il terreno compreso tra piazza Carducci e il teatro Schipa, era unito alla terra ferma, a sud, dal ponte della Gonella o del Rosario e a nord con uno, o forse due ponti, che sostenevano delle condutture idriche che portavano l’acqua sorgiva delle Fontanelle; 11, lo scoglio del Sandalo, attuale sede dell’ANMI, il cui nome rimanda alla calzatura, quini ambito definito e a se stante; 12, un lungo tratto di scogliera (o terra emersa?) inglobata nel molo foraneo nella primaria fase di costruzione del porto. E’ una forzatura? Però…

Credo di aver ricuperato un buon nesso di collegamento numerologico all’oggetto città, ma forse anche quello esoterico e il valore metafisico, date le coincidenze documentate o razionalmente ipotizzate.

Ora, per arrivare al nesso di sacralità partito da un principio sostanziale, appena accennato da Don Pippi nella Cattedrale di Gallipoli e quindi chiudere il ciclo della totalità originaria, bisogna incedere per altre strade.

Mi guardo intorno nella speranza di qualche relitto a cui aggrapparmi e una vecchia Smorfia, ereditata da mia suocera e inspiegabilmente sfuggita alle devastanti tèrmiti, attira la mia attenzione. E’ una ristampa aggiornata e accresciuta da oltre 50mila (sic) vocaboli moderni racchiusi in 776 pagine (Edizione “La Vela” 1990 Bologna). Possibile che la sacralità la debba cercare tra i 90 numeri cabalistici, parenti stretti di un esoterismo numerologico?

Non ho altra scelta. Spulcio pazientemente l’imponente testo, almeno per soddisfare la curiosità di andare e verificare quante volte, tra quell’ammasso di vocaboli, ricorreva il numero 12.

Il risultato o i risultati sono sorprendenti: 828 volte il numero 12 segna la cabala a nomi e azioni.

L’828 è perfettamente divisibile per 12 con quoziente 69.

12 sono le città nel mondo col numero 12. Spero di trovare Gallipoli e invece trovo Copertino, quale paese più vicino a noi.

Gallipoli ha numero di cabala 39. E allora? Mi sto arrampicando sugli specchi. Divido 39 per 12 e trovo quoziente 3 e resto 3. Come dire, il numero di Gallipoli è 3 volte 12 più 3, cioè un superlativo assoluto accompagnato dal 3 che, è numero sacro come il 12. Bella forzatura, però…

E’ la sacralità connessa? Solo due riferimenti generici e direi anonimi, Ave Maria della sera: 12; Benedizione della SS Vergine: 12.

E’ vero che per raggiungere certi risultati bisogna scavare l’imponderabile. Come non pensarci prima?

A Gallipoli il culto di iperdulia dovuto alla Madre di Gesù è intensamente praticato e fortemente sentito.

Ancora una volta è una delle mie opere teatrali che mi viene incontro: “Labbiggiata”, dove il picco massimo della sacralità è dato dalla “Preghiera alle Madonne di Gallipoli”. Cerco il testo, conto i titoli Mariani invocati: che delusione: Sono 13! Poi mi accorgo che per un eccesso di zelo ho inserito “La Madonna della Pietà”, imponente gruppo in cartapesta che si trovava nella chiesa del Canneto, ora non più presente e che da piccolo guardavo affascinato dal suo struggente volto. Immagine Mariana che non ho saputo lasciare fuori quando nel 1970 tracciavo per primo una “Via Matrix” nella città. Però i titoli Mariani che trovano solenne memoria a Gallipoli sono 12. Un numero che ancora una volta sfuggiva alla mia penna.

E allora la sacralità della città sta nel culto Mariano? Gallipoli è città Mariana per eccellenza? Un grande e devoto sentimento per la Regina del Cielo?

Regina? E’ nell’ultima parte delle Litanie Mariane che la SS Vergine viene invocata Regina. Quante volte?

Mi viene in aiuto un libro di preghiere di mia madre:”Massime Eterne – S. Alfonso M. De’ Liguori” (Editrice Favero, Vicenza), una ristampa senza data. Trovo le litanie, le conto, da Regina Angelorum a Regina POacis… che delusione, sono 11.

E allora? Mi accorgo che la ristampa della mia fonte documentaria, anche se priva di data, dovrebbe risalire agli Anni ’30, ma nel frattempo, con il Dogma dell’Assunta, le invocazioni alla regalità della SS Vergine sono 12.

Allora le dodici Madonne di Gallipoli cingono tutte la corona regale? Purtroppo no.

La Desolata, meglio conosciuta come “Madonna della Croce”, quando segue il Cristo Morto, durante la processione del Sabato Santo, cinge un’aureola di filo dorato; però, nella sua solenne memoria, alla fine di aprile, la Confraternita della Purità, che ne cura festività e culto, la cinge di corona regale.

C’è invece in via Pasca Raymondo una chiesa dedicata a Maria alla quale si accede non salendo gradini, come in tutte le altre chiese, ma scendendo, perché la sua pavimentazione è al di sotto del livello stradale, forse il segno di una sacralità più profonda o più radicata su questo scoglio? E’ la Chiesa dell’Immacolata Concezione che è l’unico Titolo Mariano a non cingere corona regale. Guarda caso, però. “T’incoronano dodici stelle” recita il verso di un inno a Lei dedicato; tanto che, nella mia “Labbiggiata”: “Vergine Mmaculata/te le dudici steddhe ncurunata/Ci serpe nu timisti e bai scazzàta”. Quasi a rafforzare quella sacralità intrinseca alla città che io ho sempre percepito perché trasmessa dal DNA dei miei avi.

Forse non è un caso che l’amico Albahari sia venuto a chiedermi questa nota proprio quando, nei forzati, solitari silenzi dei miei ozi senili, mentre vado snocciolando il consuntivo della mia esistenzialità che mi porta a contare i miei lunghi anni intensamente vissuti, mi accorgo che i miei anni sono 7 volte 12; e il 7, il 12 e il 3 sono i numeri sacri (Popoli Civili).

E sono 12 i mesi dell’anno, che con il loro incessante scorrere regolano la sacralità della vita scandita dalle 12 ore del civico orologio, mentre la città, tra ricorrenze civili e religiose, è sempre in festa; e nella cabala “Città in festa” marca 12.

Partiti da un principio sostanziale di numero-città-sacralità, appena accennato dal nostro caro e indimenticabile Don Pippi nella cattedrale di Sant’Agata, ho cercato di concludere un ciclo tra fantasia e realtà, come sempre ho fatto, chiudendo un cerchio che, secondo l’accademico, filosofo e divulgatore scientifico americano Douglas Richard Hofstadter (New York, 15 febbraio 1945) è il modo di rappresentare un processo senza fine in modo finito.

Fuori sacco, voglio aggiungere che mi onoro di appartenere alla Confraternita dell’Immacolata Concezione di Gallipoli, dove, per diversi anni, ho ricoperto la carica di cassiere, e, guarda caso, “Confraternita” (in genere) alla cabala fa 12…

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