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La lotta alla desertificazione per la tutela del mare

di Vito Felice Uricchio *        

Le strette relazioni esistenti tra differenti domini ecologici evidenziano forti caratteristiche di interdipendenza che indicano come le pressioni come sugli ambienti terrestri abbiano significativi effetti sulle risorse marine naturali. D’altra parte, l’ambiente marino costituisce spesso il recapito finale di corsi d’acqua, di falde sotterranee, di scarichi urbani ed industriali, dell’azione erosiva di acque non incanalate, del fallout atmosferico, etc. Per tali aspetti tutelare il mare quale  patrimonio prezioso di valenza naturale e produttiva richiede anche strategie che partano dalla corretta gestione delle territorio e dell’ambiente terrestre.

Il “buono stato ambientale” (GES, “GoodEnvironmental Status”), richiamato dalla Marine Strategy (Direttiva 2008/56/CE) e dalle norme di recepimento italiano tra cui il D.Lgs 190/2010, è perseguibile solo attraverso la dovuta considerazione dei processi che si manifestano anche sull’ambiente terrestre con le sue caratteristiche idromorfologiche e fisico-chimiche degli ecosistemi, incluse le modifiche alle stesse causate dalle attività antropiche puntuali e diffuse.

In tale             quadro di delicati equilibri, la desertificazione intesa nella sua accezione più ampia di degrado del suolo, è innescata da fattori concorrenti legati sia ai cambiamenti climatici che ad effetti dell’azione antropica.  Infatti, di frequente il degrado dei suoli e la perdita di produttività possono essere ascrivibili allo sfruttamento intensivo dei terreni e delle risorse idriche, a pratiche agronomiche improprie, a smaltimenti abusivi, in altre parole all’uso non sostenibile delle risorse naturali da parte dell’uomo. Tali criticità hanno portato i Governi dei Paesi industrializzati e la stessa Commissione Europea ad affrontare i temi dei cambiamenti climatici e delle modificazioni antropiche introducendo negli strumenti della programmazione 2014-2020 misure specifiche ed impegni a porre in essere azioni e strategie comuni di mitigazione e di adattamento allepossibili condizioni climatiche ed ai fenomeni di desertificazione. Ma con riferimento alle relazioni tra cambiamenti climatici, desertificazione e strategia marina è utile porsi qualche domanda: Quale è il contributo dei fattori naturali e di quelli antropici che possono incidere sulle risorse marine? Esistono delle relazioni tra desertificazione e qualità del prodotti ittici?

Le condizioni climatiche a carattere semi-arido ed arido possono produrre un accumulo di sostanze inquinanti negli strati più superficiali del suolo durante i prolungati periodi siccitosi che possono raggiungere il mare in occasione di improvvisi eventi piovosi di forte intensità: l’effetto è che significative dosi di inquinanti possono raggiungere l’ambiente marino incidendo significativamente sulla mortalità o sulla salute delle specie e quindi sulla biodiversità di un ecosistema. Tale possibilità incide sulla relazione dose-risposta che considera gli effetti di una certa dose della sostanza sull’organismo esposto. Il sovradosaggio determinato da un evento di forte intensità produce una tossicità acuta che si presenta quando vi è un’esposizione ad un agente tossico in un breve lasso di tempo, tuttavia l’effetto diluizione spesso consente di limitare e ridurre i potenziali effetti sulla componente biotica.

La desertificazione produce suoli poveri di sostanza organica con marcata tendenza all’erosione, per cui le possibilità di trasferimento al mare di sostanze inquinanti tendono ad incrementarsi sia a causa del mancato effetto chelante procurato dalla sostanza organica che per l’incremento di aliquote di inquinanti che raggiungono il mare con la frazione più fine dei sedimenti.

Fenomeni di salinizzazione e alcalinizzazione dei suoli legati al sovrasfruttamento della falda, tendono ulteriormente ad impoverire e degradare la qualità dei suoli ma anche delle acque stesse con conseguente intrusione del cuneo salino, nelle aree prossime alla costa.

Ulteriori aspetti riguardano la crisi dell’agricoltura tradizionale, con abbandono di parte del territorio e degradazione dei suoli in aree marginali, l’intensivazione delle produzioni a più alto reddito nelle aree fertili di pianura con il ricorso a tecniche, poco sostenibili, a forte impatto ambientale, l’alterazione del sistema idrologico, la concentrazione delle attività economiche e turistiche lungo le coste e fenomeni di degrado legati a smaltimenti abusivi di rifiuti di varia natura.

La perdita di fertilità del suolo connessaai fenomeni di desertificazione innanzi richiamati, spesso porta ad più importante ricorso a fertilizzanti, determinando un arricchimento di nutrienti (principalmente azoto e fosforo) nelle acque interne e nelle falde e di conseguenza nelle acque costiere e lagunari, provocando il fenomeno noto con il termine eutrofizzazione. L’eutrofizzazione a sua volta stimola la produzione primaria, fitoplanctonica e fitobentonica che comporta un incremento della biomassa vegetale. Quest’ultima a fine vita viene decomposta e questo processo può comportare il quasi totale consumo della riserva di ossigeno dell’acqua (stati di ipossia e anossia) che a sua volta causa la moria di pesci, la formazione di sostanze organolettiche indesiderabili come l’idrogeno solforato (H2S) e gravissimi danni alle comunità bentoniche, soprattutto a carico delle specie meno resistenti e/o incapaci di allontanarsi.

Uno stato qualitativo compromesso del suolo, legato ai fenomeni di desertificazione, spesso ingenera delle condizioni di minore resistenza delle piante all’attacco di parassiti e altri organismi dannosi per le piante (come insetti, funghi, muffe, erbe infestanti o nematodi), per tale motivo spesso si ricorre all’impiego di maggiori quantitativi di prodotti fitosanitari che in funzione della loro biodegradabilità possono essere distinti in non persistenti (da 1 a 12 settimane),  moderatamente persistenti (da 1 a 18 mesi), persistentio recalcitranti (da 2 a 15 anni) e permanenti.

Per la loro stessa natura i pesticidi o i loro metaboliti (prodotti intermedi di degradazione) possono risultare pericolosi agli organismi marini animali e vegetali, in quanto il loro scopo è di uccidere o danneggiare gli organismi viventi. Gli effetti acuti dell’intossicazione da pesticidi sugli organismi animali possono comportare disturbi epatici, tumori, malattie polmonari, della pelle, del sangue, sino alla morte, in aggiunta possono manifestarsi effetti a lunga scadenza, quali l’azione cancerogena, l’azione mutagena sul patrimonio genetico, l’azione teratogena su embrioni e feti. Particolari fitofarmaci più persistenti non vengono  metabolizzati completamente, e possono venire escreti tal quali,o come metaboliti attivi con le urine o le feci o possono restare “intrappolati” nelle carni dei pesci. Soprattutto nelle acque interne, dove l’effetto della diluizione è relativamente meno importante,  si registrano problemi come l’esplosione di anomalie sessuali in pesci e crostacei, con tutti i rischi che ciò comporta a livello riproduttivo, ma valutare l’effetto sugli organismi acquatici dell’esposizione cronica a basse dosi di cocktail chimici è particolarmente complesso. Infatti, i prodotti chimici utilizzarti in agricoltura e/o i loro metaboliti, possono combinarsi con i cosiddetti PPCP (Pharmaceuticals and Personal Care Pollutants, ovvero inquinanti da farmaci e cosmetici) provenienti dalle acque reflue urbane e comprendenti un insieme di ulteriori composti chimici presenti increme per il corpo, medicinali, droghe, conservanti alimentari, disinfettanti, filtri solari, aromi artificiali, generando ulteriori composti particolarmente nocivi per l’ambiente acquatico. In particolare i filtri solari o vari prodotti farmaceutici possono raggiungere più rapidamente le acque costiere in coincidenza della stagione balneare.

Tornando ai temi della desertificazione, anche se può apparire stravagante, la tutela del mare e dei prodotti alieutici passa attraverso una corretta gestione del territorio e delle acque interne, affrontando i problemi ambientali non in modo isolato, ma inquadrato in un sistema complessivo e complesso che ne costituisce il supporto. Questa impostazione porta alla definizione della natura “relazionale” dell’ambiente, che conduce alla necessità di una visione sistemica che superi una concezione di un ambiente segmentato nelle sue diverse componenti: l’aria, l’acqua, il suolo, la flora, la fauna e l’uomo e che pervenga ad una visione multidisciplinare dell’ambiente come sistema complesso, con comparti e funzioni, che pur rispondendo a specifiche leggi sono tra di loro collegati da un insieme di relazioni tuttora assai poco note.

In tale direzione appare importante stimolare azioni mirate a: 

-   approfondire le conoscenze tra i sistemi ambientali terrestri e marini e le relazioni che tra di essi si esplicano, mirandole alla soluzione dei problemi ambientali nella loro complessità e globalità: ciò significa che è necessario valorizzare i dati esistenti anche acquisiti con sistemi di monitoraggio e studi differenti e colmare le lacune conoscitive finalizzandole agli obiettivi;

-   ispirare una maggiore coscienza della complessità dei problemi ambientali considerando le criticità nella giusta dimensione (locale, regionale, interregionale, nazionale, europea, planetaria) e promuovendo la partecipazione e la convergenza degli obiettivi in ambiti sempre più ampi (Distretti interregionali, livelli nazionali ed europei, etc.);

-   ricercare la soluzione dei problemi ambientali accogliendo i prodotti della ricerca e dello sviluppo tecnologico ed accrescere la consapevolezza che l’uomo non è al di fuori della natura, ma è integrato direttamente nel funzionamento della stessa: la presa di coscienza di questo aspetto riguarda il rapporto tra economie (“terrestre” e marina), infrastrutture, tecnologia ed ambiente.

La lotta alla desertificazione per la tutela del mare, come accennato in precedenza, comprende quindi più aspetti ambientali, territoriali e socio-economici tra loro interrelati, in un approccio globale e di partecipazione in cui intervengono i seguenti principi:

-   il principio dell’integrazione che tende ad affermare la solidarietà tra utilizzatori delle risorse dell’ambiente terrestre e marino; in quest’ottica è necessario armonizzare le esigenze produttive ed alimentaridel breve-medio periodo con quelle della protezione ambientale nel lungo periodo sulla scorta dei principi di sostenibilità;

-   il principio della concertazione che comprende la partecipazione delle popolazioni locali nei processi decisionali e può essere espressa a vari livelli: a) concertazione all’interno delle comunità locali finalizzata all’organizzazione di azioni mirate, alla gestione del territorio e del mare ed alla risoluzione delle conflittualità interne; b) concertazione tra comunità che è necessaria quando si condividono delle risorse anche non palesemente in relazione tra loro (es. acque interne ed acque marine); in questo caso la concertazione porta allo scambio di esperienze ed alla definizione di politiche gestionali di più ampia scala; c) concertazione tra località comunali e istituzioni operanti a livello regionale, nazionale o comunitario, il cui livello di interazione dipende dalla qualità organizzativa degli organismi operanti a livello centrale e dalla volontà di creare delle sinergie al fine di migliorare le condizioni di lavoro e le esperienze professionali; d) concertazione tra servizi tecnici ed organizzazioni di sviluppo al fine di programmare ed ottimizzare gli interventi da realizzarsi;

-     l’approccio della pianificazione spaziale che è di fondamentale importanza per garantire la coerenza degli interventi ed evitare scelte che possono provocare danni irreversibili all’ambiente. In tal senso gli strumenti della gestione della conoscenza, della  Gestione Integrata delle Zone Costiere e della Valutazione Ambientale Strategica possono essere di notevole ausilio nell’analisi di dettaglio delle variabili territoriali al fine di sviluppare strategie di sviluppo sostenibili o programmare interventi che possano portare i massimi benefici al territorio;

-   il principio della sostenibilità e della flessibilità degli interventi in relazione agli equilibri dinamici deve essere attentamente valutata al fine di assicurare l’efficacia delle azioni da intraprendere. La flessibilità, nella fattispecie costituisce una delle condizioni irrinunciabili anche alla luce delle valutazioni che potranno via via emergere in relazione all’analisi degli equilibri dinamici ed alla difficile prevedibilità di ogni variabile, ivi inclusa anche quella climatica; pertanto il progressivo adattamento delle azioni programmate ai risultati intermedi e finali delle analisi e valutazioni poste in essere, potrà consentire di finalizzare al meglio gli sforzi tecnici ed economici allo scopo di conseguire esiti positivi ed ottimizzati. In quest’ottica anche la flessibilità finanziaria permette un incremento dell’efficienza dei programmi: nuove metodologie o tecnologie di intervento possono determinare delle variazioni di costo nell’attuazione di una misura tecnica, richiedendo rimodulazioni degli interventi. 

Passando poi all’analisi delle principali priorità di intervento è possibile affermare alcune azioni di monitoraggio, di mitigazione, di adattamento, di informazione e sensibilizzazione sono state intraprese e/o sono state recepite nelle strategie e politiche ambientali, ma che il percorso è ancora molto lungo per ottenere soluzioni concrete per la lotta alla desertificazione e per la tutela degli ambienti terrestri e marini.

* Consiglio Nazionale delle Ricerche – Istituto di Ricerca Sulle Acque

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